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Martyrs (2008) – Martirio a metà

Anno: 2008

Regia: Pascal Laugier

Cast: Morjana Alaoui, Mylène Jampanoï, Catherine Bégin

Sinossi

Lucie, poco più che una ragazzina, riesce a scappare dalla sua aguzzina che, presumibilmente da lungo tempo, la sottopone a torture fisiche e psichiche. Ritrovata in stato semi-catatonico, viene affidata alle cure di un orfanotrofio, in cui trova la sua unica amica Anna, la sola che riesca a far breccia nel suo (comprensibile) isolamento. Tuttavia, Lucie diventa il bersaglio di una spaventosa creatura intenzionata ad ucciderla. Quindici anni dopo, Anna e Lucie saranno ancora amiche e avranno lasciato l’orfanotrofio.

La colazione di una famigliola felice viene interrotta da qualcuno che bussa alla porta. È Lucie, che apre uno squarcio da fucile nell’addome del paparino. A lui seguiranno, in rapida sequenza, gli altri tre membri della famiglia. Lucie sa di vendicarsi su coloro che, anni prima, l’avevano imprigionata e torturata: spera così di fermare gli attacchi della creatura offrendole quei sacrifici umani. Anna arriva per tentare di rimettere a posto il caos di morte ma trova Lucie nel mezzo di un impari combattimento con la creatura (che, in realtà, Anna non vede); subito dopo, Anna tenta di nascondere i cadaveri in una fossa nel giardino e si accorge che la madre di famiglia è ancora viva; Lucie se ne accorge e finisce il lavoro, sentendosi però tradita dall’amica. La creatura torna per l’ultima volta e stavolta pare accettare le scuse di Lucie che (apprendiamo via flashback) da bambina la abbandonò alla stessa torturatrice pur avendo avuto la possibilità di liberarla. Lucie continua ad autoinfliggersi ferite, fino a quella finale: un taglio netto da un lato all’altro del collo. Anna non può far altro che piangere l’amica. Il giorno dopo, ancora nella casa, Anna scopre un passaggio segreto che porta ai sotterranei, in cui trova un’altra ragazza martoriata dalle torture. Tenta di prendersene cura ma mostra gli stessi sintomi autodistruttivi di Lucie. Poco prima di procedere al suicidio, degli uomini in nero fanno irruzione e la freddano. Anna, trascinata nel sotterraneo, viene informata, per bocca di una donna chiamata solo “Mademoiselle”, che sarà torturata fino a raggiungere il “martirio”.

Il Mezzo Trionfo

Finora ho descritto buona parte del film (più o meno cinquanta minuti su novantacinque totali). Se fosse terminato prima, sarebbe stato un piccolo capolavoro. Invece, più o meno dal suicidio di Lucie, la pellicola “jumps the shark“, per ricorrere ad un’espressione di solito usata per i serial televisivi. Ma andiamo con ordine.

La prima parte del film è horror di ottima fattura. Uno stile veloce, netto, accompagnato ad una fotografia quasi tombale, ripercorre la storia di Lucie, e quindi di Anna, con l’immediatezza di una steadycam (tra l’altro utilizzata all’inizio). Durante il primo incontro con la creatura nell’orfanotrofio, ho provato una tensione nervosa che pensavo di aver abbandonato vent’anni fa, ai tempi di “Notte Horror” su Italia1 dopo il Festivalbar. Più di una volta mi sono detto: “E dai, cribbio, gira quella telecamera e sparami il mostro in faccia”, quasi tentato di avanzare qualche secondo sul lettore. È arrivato il momento di sparare il “Non mi impressiono facilmente” di rito. Kubrick c’era riuscito in Shining (maledette gemelle). Wes Craven in Nightmare on Elm Street. Perfino romanzi tipo Ghost Story di Peter Straub mi hanno fatto girare a guardare dietro le mie spalle. Ora, quasi a trent’anni anagrafici suonati, ci riesce Martyrs.

Dall’orfanotrofio passiamo alla casa della famigliola felice di cui sopra. Altre scene da cazzotto in bocca: Lucie che ammazza senza pensarci su due volte, l’unica frase che si concede è rivolta al figlio maschio qualche secondo prima di sparargli. La bambina che striscia impaurita da sotto al letto per essere inchiodata da un colpo di fucile. La creatura che torna. Forse ho esagerato, magari scene da Ju-On erano girate anche meglio ma non mi hanno fatto lo stesso effetto. Fatto sta che ero teso sulla sedia. Quasi impaurito, a voler ingoiare l’orgoglio. Scene dirette, senza fronzoli, campi lunghi e interminabili o spossanti piani-sequenze; era tutto lì, nella più pura tradizione dello “show, don’t tell” (mostra invece di raccontare), con inquadrature e punti di vista che evidenziavano l’orrore ritratto invece di diluirlo[*]. Lucie è più cattiva di Jason, Michael Myers, Freddy e Leatherface messi insieme per il solo motivo di essere una carnefice, a sua volta ex-vittima, credibile nella sua follia personificata. E quest’impressione è palpabile finché resta sullo schermo.

Ottime le attrici e lo script, almeno fino a quel punto. Menzione di merito alla povera disgraziata ancora viva nei sotterranei. E complimenti al regista per l’horror puro con la creatura, finché è durata.

[*] alla luce di ciò, suona quasi fuori luogo la dedica a Dario Argento nei titoli di coda, vista la clamorosa differenza di stili. Oh, beh, il Maestro è sempre il Maestro.

La Caduta

Quindi il film diventa un exploitation flick puro e semplice. Arrivano gli uomini in nero e con un mero colpo di fucile (laddove prima un’arma simile, in mano a Lucie, sembrava più pericolosa di un bazooka) abbattono la freak e il film. BLAM! Il Punitore sarebbe fiero (o no?).

Seguono torture reiterate su Anna ed una specie di giustificazione da parte della solita congrega di riccastri dai passatempi strani, di cui fa parte la “Mademoiselle”: far raggiungere, tramite tortura, lo stadio finale, il martirio, per capire cosa si annidi dopo la morte.

Torniamo indietro di qualche anno, al 1990, all’uscita di Linea Mortale. Il film vedeva degli studenti di medicina indursi uno stato quanto più vicino alla morte per poi essere rianimati prima del punto di non ritorno e raccontare le proprie esperienze. Kiefer Sutherland dovrà quindi vedersela con un fantasma emerso dal passato. Fine flashback.

Linea Mortale, seppur in parte una boiata, partiva dal più classico “E se…?” che ha scaturito alcune delle migliori opere in campo fantasy; dall’inizio alla fine, è costruito attorno a quell’idea. Martyrs no. Ad un certo punto, così, ci viene introdotta questa specie di setta che vuole conoscere l’aldilà applicando la tortura. Per carità, la qualità registica è sempre alta, anche nella seconda parte del film: alla paura si è sostituita la nausea, una sorta di stanchezza mentale davanti alla sequela di abusi subiti da Anna. Riesco finanche ad ottundere il cervello per sostenere l’idea dell’ultima fase (in sé, pura malignità). Ma ogni volta che il film prova a spiegare qualcosa, fallisce miseramente a livello di script: non c’è rivelazione, solo una pallida vendetta troppo trasversale per essere catartica (se poi si accetta di vedere il finale in quell’ottica).

L’escamotage della rivelazione silenziosa di Anna nell’orecchio della Mademoiselle sa troppo di Forrest Gump: lì ha funzionato, Tom Hanks non doveva confessarci qualcosa d’inafferrabile. In Highlander, il vigilante spostato racconta “in muto” quanto abbiamo già visto pochi minuti prima, e funziona perché al pubblico non frega niente del riassunto. Martyrs ci lascia con uno scorcio (fumo e luce bianca…wow!) e non dice niente.  Un po’ moscio per giustificare il tour-de-force dello spettatore e il repentino cambio di marcia.

Non so perché, ma se avessero scelto la strada del “ti torturiamo per farti fronteggiare le tue paure più recondite”, Martyrs avrebbe funzionato: la prova è nella creatura generata dal senso di colpa di Lucie. Magari anche prendendo spunto dal racconto Dread di Clive Barker (Volume 2 dei Books of Blood, Ectoplasm in edizione italiana della Bompiani) che partiva da una premessa simile.

Giudizio

(su 5)

Metà film da manuale horror, l’altra metà da sottoporre agli aspiranti sceneggiatori che vogliano investire risorse ed energie in qualcosa che abbia almeno uno straccio di giustificazione. Forse dovrei leggere tra le righe della seconda parte ma sinceramente non trovo una motivazione valida per guardare di nuovo Martyrs, almeno non nell’immediato futuro.




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